LA GIOVENTU’ FOLIGNATE DI UNA VOLTA: COME SI PESCAVA NEL FIUME TOPINO

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Dal dopoguerra e fino agli anni ’80-90, nel fiume Topino non si pescava solamente attraverso la canna e gli altri strumenti ad essa annessi, come tipico della pesca sportiva.

Premettendo che il fiume Topino per Foligno e dintorni ha rappresentato una risorsa importante anche sotto l’aspetto del fabbisogno delle famiglie, in quanto portare a casa del pesce significava rimediare il pranzo o la cena, ci addentreremo in una ricognizione storica delle diverse modalità di pesca che un tempo erano utilizzati per pescare nel Topino.

I modi di pescare, totalmente diversi rispetto alla pesca sportiva, nel fiume Topino erano incentrati nella cattura del pesce con le mani, andandolo a scovare sotto le pietre immerse nell’acqua.

Si potevano prendere roioni (piccoli pesci da friggere), cavedani-barzi e lasche, difficili da mangiare.

Quando l’acqua era più pulita, si potevano raccogliere anche i gamberi di fiume, crostacei che stanno ora ripopolando le sezioni più pulite del Topino.

Ricordando qualche aneddoto” legato a questa pesca di frodo, consueta nei paesini circostanti il fiume Topino, tutti i bambini e ragazzi, quando arrivava il guardiapesca, scappavano attraverso vie di fuga a loro note e almeno a Vescia e Scanzano nessuno di loro venne mai multato.

Negli anni ’70, il guardiapesca arrivava con una Fiat 500 di colore avana che parcheggiava lungo il fiume, sempre al solito posto.

Era quindi facilmente individuabile la sua presenza da parte dei giovani pescatori della zona.

Le mamme, a volte, aspettavano con impazienza il risultato di questa pesca “clandestina”, per poi cucinare degli ottimi piatti di pesce del fiume Topino. Si trattava di una pesca che aveva i suoi pericoli, in quanto si poteva scivolare e farsi male o ci si poteva tagliare sia ai piedi sia alle mani a causa di pezzi di vetro presenti nell’alveo del fiume o anche cadere in un punto più profondo dell’acqua, non tutti sapevano nuotare. Ogni tanto, infatti, capitava che qualcuno di noi tornasse a casa con una distorsione, un ematoma o qualche lacerazione. Purtroppo, accadde anche un incidente mortale, ma che preferisco non voglio raccontare…

Era buona regola, fra i ragazzi, andare a pesca in gruppo e tornare sempre in gruppo: nessuno doveva mai rimanere da solo nel fiume.

Pensandoci oggi, anche con una vena di nostalgia, mi rendo conto che eravamo davvero “spartani”, se non addirittura quasi selvaggi. C’è chi con le scarpe di gomma camminava nel fiume, chi invece aveva le scarpe con la suola e chi addirittura camminava scalzo…

Un altro aneddoto riguarda la pesca alle anguille che si svolgeva in orari notturni: al posto del solito galleggiante sulla canna veniva ancorato un campanello che segnalava acusticamente il momento in cui l’anguilla abboccava.

Questo pesce molto ricercato e pregiato poteva piacere o non piacere, ma se ben cucinato poteva essere la base da cui ricavare ottime pietanze.

Oggi è difficile che le nuove generazioni vadano nel fiume a pescare come una volta, sono troppo abituati a giocare con il telefonino e a non avere un contatto diretto con la realtà e la natura.


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