MEMORIA E POST MEMORIA: LA LEZIONE DI CHI NON E’ TOCCATO

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Pensare oggi al giorno della memoria equivale a identificare il significato che la giornata del 27 gennaio ha in sé racchiuso: non più sufficiente credo sia la semplice ricezione passiva della sequela cinematografica propostaci dalla televisione circa l’argomento, né tantomeno dei retorici moniti a “non dimenticare”, che di bocca in bocca passano per convenienza d’immagine. A maggior ragione, dal momento in cui la società vigente genera ancora fautori delle teorie negazioniste degli anni ’70 o, ancor peggio, epigoni di quelle ideologie in grado di concepire e attuare lo sterminio di 6 milioni di vite, porsi con atteggiamento critico davanti al significato del giorno della memoria è oggi doveroso.

La psicanalisi, tra i vari campi d’indagine approfonditi, ha studiato con attenzione la trasmissione familiare del trauma, ovverosia la ereditarietà di un trauma in un contesto familiare, per esempio di genitore in figlio. Sulla prospettiva di questa teoria, applicandola ad uno specifico caso, è stato successivamente osservato come i figli dei deportati abbiano manifestato gli stessi disturbi dei genitori, reduci dei campi di lavoro e di sterminio. Costatazione utile a meglio comprendere l’entità della memoria e della sua trasmissione: tramandare il ricordo significa, nel caso dei deportati, trasmettere il trauma vissuto, creando così una post-memoria, che viene poi acquisita dai figli. In questo passaggio, da memoria a post-memoria o memoria ereditata, il trauma assume dunque le caratteristiche di una protesi, di una massa tumorale di seconda mano, dalla quale gli eredi non possono liberarsi, benché il trauma ereditato non abbia nulla a che fare con la loro esperienza personale, benché la sofferenza e il trauma che ne deriva non siano che frutto della testimonianza altrui. Sebbene il concetto della post-memoria nasca in un contesto clinico, la sua valenza produce una eco anche in un contesto extrafamiliare, senza però generare le stesse ripercussioni già citate. A tal punto va acquisito un secondo assunto, secondo il quale la creazione della post-memoria è la ragion d’essere dei superstiti della Shoah: rileggendo le opere di Primo Levi o di Liana Millu, ascoltando le testimonianze di Liliana Segre, di Edith Bruck o di Sami Modiano, alla domanda del perché molti dei sopravvissuti dedichino la loro intera vita a raccontare l’orrore, nonostante sia così doloroso riviverlo, riceviamo da ognuno la stessa risposta, secondo la quale sarebbe un dolore più grande non vivere da testimoni. Sempre prendendo in prestito una teoria psicanalitica: la condivisione del trauma, l’esternazione, il racconto di questo sono pratiche lenitive; la repressione del dolore è, per conseguenza, ben più dolorosa. Il racconto è quindi “un parto disatteso del mostro concepito ad Auschwitz”, così lo definisce Edith Bruck.

Nella misura in cui la creazione della post-memoria diventa prerogativa esistenziale dei testimoni della Shoah, come si rapportano a questo fardello della Storia gli altri, i non toccati, ma soprattutto che ruolo acquisiscono le persone toccate dalla post-memoria, nel momento in cui i testimoni, molti già scomparsi, altri già ultranovantenni, verranno meno?

Nel 1966, assieme al romanziere israeliano Agnon, Nelly Sachs ricevette il premio Nobel per la letteratura “per la scrittura lirica e drammatica eccezionale, che interpreta il destino d’Israele con resistenza commovente” recitano le motivazioni dell’Accademia di Svezia. Figlia dell’alta borghesia berlinese – il padre fondò la SACHS, un delle più grandi acciaierie di Germania – visse la triste infanzia solitaria di tutte le bambine ricche, avvicinandosi poi, per gioco, alla poesia. Solo nel 1935, invece, si rese conto di un’altra spada di Damocle pendente sulla sua testa, cioè l’essere ebrea, condizione d’appartenenza fino a quel momento completamente ignorata, visto l’alto grado d’integrazione della sua famiglia. Nel 1940, dopo l’ennesima convocazione ai campi di lavoro, decise di emigrare in esilio e riuscì a fuggire nella neutra Stoccolma. Qui, nella solitudine scandinava riceve quotidianamente le notizie del genocidio in atto e così, quasi cinquantenne, ritrova la sua voce poetica, vitalmente legata a quella religione ebraica ignorata a lungo, per la quale venne inesorabilmente condannata: con una lirica rarefatta dall’ermetismo, avvinghiata al misticismo del tanto studiato libro dello Žohar – “Il libro dello splendore”, il più importante testo profetico della tradizione cabalistica –, Nelly Sachs poeterà per il resto della sua vita l’orrore dei campi di sterminio, benché non avesse mai messo piede in alcuno di questi. Questa sua poetica, fortemente criticata da molti per la prospettiva religiosa e provvidenziale, viene corroborata dal senso di colpa per essere riuscita a fuggire dai rastrellamenti, per essersi salvata, a dispetto di molti altri ebrei. La sua poesia, nata da un dolore in absentia, fiorisce dunque attraverso dei presupposti simili alle conseguenze generate dalla post-memoria: Nelly Sachs parla come se avesse vissuto direttamente, sulla propria pelle, il trauma della deportazione e proprio come una testimone parla ai non toccati, ai salvati – direbbe Levi –, a tutti coloro i quali non hanno vissuto Auschwitz, ma a chi, come lei, ha letto, ascoltato e quindi appreso cosa sia la Shoah.

Credo dunque che la testimonianza di Sachs, poetessa premiata e dimenticata, sia preziosa per la teorizzazione di una risposta all’interrogativo fondamentale: noi depositari della post-memoria della Shoah abbiamo il compito di tutelare questo tumore della Storia, affinché possa restare vivido anche tra le generazioni che non potranno ascoltare direttamente le testimonianze dei deportati, i quali, fortunatamente, continueranno a vivere attraverso le loro opere scritte, registrate e trasmesse da noi, testimoni dei testimoni di ciò che “l’uomo è in grado di fare dell’uomo”.

Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe,

quando doveste alzarvi per morire?

La sabbia che Israele ha riportato,

la sabbia del suo esilio?

Sabbia rovente del Sinai,

mischiata a gole di usignoli,

mischiata ad ali di farfalla,

mischiata alla polvere inquieta dei serpenti,

mischiata a grani di salomonica sapienza,

mischiata all’amaro segreto dell’assenzio.

O dita,

che toglieste ai morti la sabbia dalle scarpe,

domani già sarete polvere

nelle scarpe di quelli che verranno!

Nelly Sachs

Da “Nelle dimore della morte” (1940-’44)

a cura di Ida Porena, Giulio Einaudi Editore, Torino

Marco Gottardello – Studente laureando in Lettere Moderne, presso l’Università degli Studi di Macerata e collaboratore dell’associazione culturale Sophia UM.