SAN FORTUNATO DA MONTEFALCO, FRA LEGGENDA E STORIA

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Joel Gentili
Rilevano concordemente i documentaristi che, indagare sul crinale tra leggenda e realtà è operazione notoriamente ardua e non sempre del tutto attendibile nel risultato: soprattutto, per definizione, nell’ambito agiografico. Per questo, non essendo io né storico, né agiografo, da buon montefalchese e con spirito rigorosamente laico, accingendomi a leggere la vita di uno dei due santi Patroni della mia città, san Fortunato (l’altro è S. Chiara della Croce), ho accantonato ogni tentativo di approccio in tal senso, lasciandomi del tutto trasportare dal fascino irresistibile dell’alone leggendario che lo circonda e che ha segnato la toponomastica del territorio montefalchese.
Convento di San Fortunato – Montefalco (Pg)
Per quanto riguarda la sua collocazione storica, uno dei primi suoi agiografi, tale Audelao, probabilmente di origine longobarda (F. ERMINI, Storia della letteratura medievale dalle origini alla fine del secolo VII – Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo -, Spoleto, 1960, pp. 621-22; S. NESSI, Le origini del Comune di Montefalco, Spoleto, 1977, pp. 20,50,53,130 ss. 149) riporta che un certo Fortunato, vissuto nel IV sec., fungesse da presbitero nella parrocchia dell’attuale frazione montefalchese di Turrita, alternando detta funzione con il duro lavoro dei campi, per procurare a sé e ai poveri del luogo il necessario sostentamento quotidiano. Ciò pare assolutamente verosimile se si considera che non solo tra i Greci e i Latini l’assistenza ai poveri, ai bisognosi, ai pellegrini, era compito dei cosiddetti “parroci”. Infatti, l’etimologia del termine “parroco” risale al greco “pàr ochos”, cioè colui che si cura dei carri (ochema), che, di fatto, non era altro che l’impiegato governativo che si occupava dei viaggiatori, dando loro ospitalità nelle celle, nelle dispense, ove si conservava fieno, sale, coperte, ecc.. Col Cristianesimo detto ufficio fu assunto dai presbiteri, detti appunto parroci (S. NESSI-E. Paoli, San Fortunato di Montefalco. Un evangelizzatore umbro del IV secolo. Ed. Porziuncola 1995, p. 23).
Per questa sua attività lavorativa, alcuni studiosi hanno ipotizzato che Fortunato appartenesse all’ordine monastico dei benedettini, tesi questa poi confutata e capovolta in considerazione del fatto che, nei tempi più antichi, non solo i monaci o gli eremiti erano dediti al lavoro oltre che alla preghiera e alla meditazione, ma anche i primi cristiani e, proprio in Umbria, è attestata la presenza di uomini di culto dediti al lavoro manuale, per cui sembra più ragionevole ipotizzare che, ispirato da queste tradizioni, s. Benedetto abbia scritto la sua regola monastica.
San Fortunato
La leggenda vuole che mentre Fortunato era intento ad arare con i bovi il campo denominato Agello (secondo la tradizione situato nella località di Camiano), trovò due denari, li raccolse, li avvolse in un fazzoletto che ripose all’interno della tunica. Ripreso subito il lavoro gli apparve un angelo, sotto veste di pellegrino, che, supplicandolo, gli chiese l’elemosina. Fortunato, senza esitazione alcuna, estrasse dalla tunica il fazzoletto, prelevò i due denari che vi aveva custodito per cederli a quello che lui credeva essere un mendicante e, nell’offrirglieli, questi si tramutarono in splendenti monete d’oro. Al di là della leggenda, la mia attenzione s’è subito focalizzata, e credo meriti di essere qui evidenziata, sul particolare significato storico che assume, già di per sé, il fatto del ritrovamento dei due denari, che, in un periodo in cui il baratto e la ruralizzazione della società civile in tutto l’occidente stava riprendendo corso, era indice dell’allora scarsa circolazione della moneta. La leggenda vuole ancora che, dopo un po’ di tempo, in un luogo tuttora chiamato Meritano, si posò sul capo di Fortunato, inviata da nostro Signore Gesù Cristo, una candidissima colomba che, dopo una lunga sosta, rivolò in cielo. Fortunato una volta ritiratosi nella propria cella, poco dopo esalò l’ultimo respiro. Il toponimo Meritano che anticamente stava a significare “luogo del merito” fu collegato al luogo ove morì Fortunato appunto perché egli con la sua virtù rese sacra quella zona, meritando la “corona della gloria” come i vecchi martiri, perché, “il Signore si compiace del suo popolo, ed incorona gli umili di vittoria” (Sal. 149,4); e manda loro, come carro/ochema, la sua “colomba argentata”, che li porta nei cieli (Sal. 55,7; 5. S. Gregorio di Nissa, In Ps. VI, PG 44, 454 s).
La tradizione tramanda che l’albero maestoso che campeggia la località Agelli (presso Camiano), ove lavorava l’umile Fortunato, oggi chiamato dagli abitanti del luogo “all’albero santo”, non sia altro che la verga con cui egli stimolava i buoi nell’aratura e là da lui stesso piantata e immediatamente radicatasi e fiorita. Per questa ragione l’iconografia del santo, (dal Benozzo GOZZOLI al Francesco MELANZIO) lo ha rappresentato con in mano il pungolo fiorito.
Questo breve excursus sulla figura del santo, per ora offre solo l’occasione di avvicinarsi ad una approssimativa conoscenza del personaggio e del suo territorio agreste, ma ha la pretesa di aprire su questo blog la strada ad un più ampio percorso che consenta l’apprezzamento del nostro intero territorio e delle sue inesauribili risorse naturali ed umane.

Joel Gentili